Particolarmente interessante è il giudizio espresso da Caravaggio, chiamato dal magistrato, sulla pittura da lui apprezzata:
Li valent’huomini sono quelli che si intendono della pittura et giudicaranno buoni pittori quelli che ho giudicato io buoni et cattivi; ma quelli che sono cattivi pittori et ignoranti giudicaranno per buoni pittori gl’ignoranti come sono loro
Delli pictori che ho nominati per buoni pittori Gioseffe, il Zuccaro, il Pomarancio, et Annibale Caraccio, et gl’altri non li tengo per valent’huomini. M’è ben scordato de dirvi che Antonio Tempesta ancora quello è valent’huomo
Particolarmente duro è il giudizio sul pittore Tommaso Salini:
Può essere che se diletti et che impiastri lui ancora, ma io non ho mai visto opera nessuna d’esso Mao
Fra le carte del processo sono agli atti due poesie offensive contro Giovanni Baglione, pittore disprezzato da Caravaggio.
La prima poesia recita così:
le tue pitture sono pituresse
volo vedere con esse
che non guadagnarai
mai una patacca
che di cotanto panno
da farti un paro di bragesse
che ad ognun mostrarai
quel che fa la cacca
porta là adunque
i tuoi desegni e cartoni
che tu ai fatto a Andrea pizicarolo
veramente forbetene il culo
alla moglie di Mao turegli la potta
che [...] con quel suo cazzon
da mulo più non la fotte
perdonami dipintore se io non ti adulo
che della collana che tu porti indegno sei
et della pittura vituperio.
Gian Coglion senza dubio dir si puole
quel che biasimar si mette altrui
che può cento anni esser mastro di lui.
Nella pittura intendo la mia prole
poi che pittor si vol chiamar colui
che non può star per macinar con lui.
I color non ha mastro nel numero
si sfaciatamente nominar si vole
si sa pur il proverbio che si dice
che chi lodar si vole si maledice.
Io non son uso lavarmi la bocca
né meno di inalzar quel che non merta
come fa l’idol suo che è cosa certa.
Se io mettermi volesse a ragionar
delle scaure fatte da questui
non bastarian interi un mese o dui.
Vieni un po’ qua tu ch’e vò’ biasimare
l’altrui pitture et sai pur che le tue
si stano in casa tua a’ chiodi ancora
vergognandoti tu mostrarle fuora.
Infatti i’ vo’ l’impresa abandonare
che sento che mi abonda tal materia
massime s’intrassi ne la catena
d’oro che al collo indegnamente porta
che credo certo meglio se io non erro
a piè gle ne staria una di ferro.
Di tutto quel che ha detto con passione
per certo gli è perché credo beuto
avesse certo come è suo doùto
altrimente ei saria un becco fotuto.